NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA

NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA
C'ERA UNA VOLTA

mercoledì 25 febbraio 2015

NELLO SPAZIO INFINITO

NELLO SPAZIO INFINITO

Era già sera quando notai qualcosa di strano sulla piazza del paesino in cui abitavo.  Al centro, vicino alla fontana, c’era uno strano oggetto metallico, una cosa che non avevo mai visto. Era di forma tondeggiante, assomigliava alla fusoliera di un aereo, posizionata in verticale. Emanava una luce bianca, luminosissima e intermittente. Curioso, prima di avvicinarmi, mi guardai intorno per vedere se c’era qualcun’ altro che si fosse accorto di quella novità apparsa all’improvviso, non c’era nessuno. Mentre , mi domandavo che cosa potesse essere, e come mai si trovasse li, proprio al centro della piazza, mi dirigevo, a piccoli passi, verso quella cosa orrenda che deturpava lo scorcio dell’antica piazza.
Forse quello poteva essere il famoso monumento che il Sindaco ci aveva promesso, no non poteva essere, non riuscivo a dare nessuna interpretazione artistica a quella cosa, ma pensai che in fondo i monumenti moderni assomigliano molto ad ammassi metallici, a cui è difficile dare un nome. Metterlo al centro del paese, proprio in quell’ora in cui la maggior parte delle persone si ritirano per il pasto serale, mi sembrava strano, ci sarebbe dovuta essere una cerimonia con tanto di banda, pensai. Intanto che riflettevo, avevo quasi terminato di mangiare una fetta di pane e cioccolata, e continuavo a guardarmi intorno per vedere se arrivava qualcuno. Udii un sibilo leggerissimo provenire da quella direzione, la luce si spense, in quel momento mi ricordai che avevo sentito già quel rumore, non gli avevo dato importanza. Attirato dal rumore, in quel momento, si affacciò ad una delle finestre della piazza un mio conoscente, il quale guardò giù e vedendo quella cosa, che superava con la punta la finestra da cui si affacciava mi chiese che cosa fosse qell’oggetto e chi l’avesse messo là. Io neppure gli risposi, come poteva pretendere di avere da me quelle notizie. Sapere che c’era qualcun altro che si era accorto di quella strana presenza mi rincuorava, avevo un pò di paura. Ero arrivato vicino, emanava calore, sembrava un oggetto spaziale, di quelli di cui avevo sentito parlare tante volte alla televisione. L’unica cosa di cui ero certo era che non si trattava di un monumento.   
C’era un piccolo oblò, simile a quello delle navi, guardai dentro per verde se c’era qualcuno. Contemporaneamente, dal dentro, si avvicinò al vetro dell’oblò un omino, il suo viso tondo, due occhi grandi, scuri, taglio a mandorla, lineamenti delicati,  mi guardava con curiosità, come se fossi io l’essere strano. Io lo guardavo e lui guardava me; mi riferisco a quell’essere al maschile, ma non so di quale sesso fosse. Nessun segno particolare che avesse potuto mettere in evidenza il fatto che si trattasse di un maschio o di una femmina. Ora che ci penso, lui non aveva abiti indosso, ma non era nudo, non so come dire, ma nel suo corpo non vi erano nudità di nessun genere. Non fu questo particolare che mi colpì di più, al momento l’unica cosa che notavo erano i suoi occhi, molto vispi e attenti ad osservarmi, tanto che gli feci un cenno con la mano come per dire “che c’è da guardare?”
Credevo si fosse offeso perché lo vidi allontanarsi dalla finestrella, subito dopo però si aprì uno sportello, che non avevo neppure notato, e lui si affacciò fuori, e sempre inespressivo, mi fece cenno di andare dentro. Io sono stato sempre un tipo intraprendente, molto curioso e incurante dei pericoli,  a quell’invito non potei rifiutare. Mi diressi verso di lui, guardai intorno per vedere se mi vedeva qualcuno. C’era solo la solita persona alla finestra che, invece di andare a chiamare gli altri, guardava fisso verso di me. Meglio così perchè se mi avessero visto i miei mi avrebbero sicuramente sgridata. Mi spaventava di più la possibilità d’essere punita da mio padre, che andare a conoscere quel mostriciattolo di indubbia provenienza. Comunque entrai in quella che poi, successivamente, ebbi modo di individuare come navicelle spaziale.

              Le uniche cose che ricordo lucidamente sono quegli occhi furbi, le luci e la sensazione di trovarmi in un luogo famigliare.
               Mi hanno raccontato che da quella sera sono mancato da casa circa tre giorni. 
In tutto questo tempo mi hanno cercato ovunque senza sosta.
 Un nostro compaesano, mentre si recava nel boschetto a tagliare la legna, mi ritrovò    addormentato, disteso in terra su un letto di foglie secche, dormivo così profondamente che il poveretto credette che io fossi morto.
            Mi gridò, spaventato mi svegliai e mi guardai intorno, e chiesi: “perché sono qui, che cosa è accaduto?” “Lo chiedi a me? Sono tre giorni che ti cerchiamo, non riuscivamo più a trovarti!” disse il taglialegna. Andammo a casa, tutti mi accolsero con gioia, solo mio padre mi sgridò. Io non ci capivo niente, l’unica cosa che mi ricordavo era qull’ometto, la navicella spaziale, le luci e un senso di benessere e di serenità, che mi era rimasto e che mi accompagnò ogni momento della mia vita, anche nelle situazioni più difficili. Raccontai tutto ciò che ricordavo alla gente, amici, vicini di casa, parenti, che mi ascoltavano con curiosità e stupore. Il mio racconto terminò sull’uscio di quella navicella, perché da quel momento, per tutto il tempo che ero stato assente da casa, non ricordavo nulla, nella mia mente c’era un vuoto, un buco nero. 
A quel punto qualcuno azzardò dicendo: “non sarai stato forse ubriaco?” e tutti si misero a ridere. L’unico che intervenne a mio favore fu l’uomo che affacciato alla finestra aveva visto tutto, e che, dopo aver azzardato a dire che mi avevano rapito gli alieni, era stato deriso e preso per matto.    A quel punto dovevano crederlo. Dopo pochi giorni dal mio ritrovamento, mia madre mi volle portare dal medico. Diceva che ero strano, avevo perso il mio solito pallore, avevo appetito, e persino il mio umore non era più lo stesso. Solitamente ero un tipo un po’ irascibile, mi bastava poco per perdere la pazienza con i miei fratelli minori, ma ora non ero più lo stesso, me ne rendevo conto anch’io. Mi sentivo più tranquillo, anche la mia insegnante diceva che ero migliorato molto, strano, visto che dedicavo pochissimo tempo allo studio. Il medico mi visitò con molta attenzione, non notò nulla di insolito, eccetto un particolare, non avevo più la cicatrice di un intervento all’appendice che avevo subito l’anno prima.
Quella fu l’unica prova che qualcosa di strano doveva essermi accaduto. In quel lasso di tempo in cui io non ricordavo nulla, il mio corpo aveva subito una trasformazione che nessuno poteva spiegare. Mi sentivo più forte e lo ero d’avvero, ero più sereno, affrontavo ogni difficoltà con la consapevolezza di riuscire a superarla perché c’era qualcuno lassù che vegliava su di me. Spesso il mio sguardo si perdeva nello spazio infinito alla ricerca di quella luce che non vidi mai più, ma che non mi abbandonò mai.