NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA

NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA
C'ERA UNA VOLTA

mercoledì 25 febbraio 2015

LA FAVOLA BELLA

“Storia d’amore e di vita”

Le spalle coperte da uno scialle nero, i capelli bianchi raccolti sulla
nuca, un paio di occhialetti con lenti rotonde. Seduta in una seggiolina
impagliata, accanto al caminetto acceso, 
la nonna Teta era circondata dai suoi nipotini, che erano lì per ascoltare i suoi racconti. 
La più piccina, Angela, che era il nome di sua madre, 
le sedeva sulle
ginocchia e ben presto si addormentava, cullata tra le sue braccia.
Era una vecchietta minuta, sempre allegra, amava parlare di se, della
sua storia come se fosse stata una favola, “la favola bella” diceva.
Ogni volta che la nonna parlava di se e della sua famiglia arricchiva la storia con particolari,
 che la rendevano ancora più bella.
 Forse era il suo entusiasmo, la serenità con cui esponeva le vicissitudini della sua
vita, che coinvolgeva ed entusiasmava i suoi piccoli nipoti. Iniziava
sempre il racconto dicendo:
“la vita è difficile e spesso è ingiusta, ma non dovete arrendervi mai,
spesso vi capiterà di dover lottare per ottenere ciò che è vostro di
diritto, e non dovete permettere a nessuno di decidere per voi.
Nelle decisioni importanti della vostra vita dovete
usare il cervello, anzi
ancora meglio se userete il cuore”.
Continuava il suo racconto dicendo:
 “Quando ero piccina come voi mi piaceva andare a correre nei campi, stare all’aria aperta. 
I miei genitori erano un po’ severi, mi affermavano che una signorina non doveva
correre nei campi come un maschiaccio. I miei fratelli si, loro potevano uscire ogni volta che volevano, ma io no, io dovevo leggere o ricamare. 
Per dire la verità ho letto tanto in vita mia, ma non per dar soddisfazione ai miei genitori. 
Loro mi consideravano una ribelle, ed era vero, io mi ribellavo ad ogni cosa che mi veniva imposta. Non ho mai sopportato le ingiustizie, specialmente quelle che ho dovuto subire io, solo perché sono nata femmina, ma quella è un’altra storia.
Li vedete quei campi laggiù”, diceva indicando con il dito fuori dalla finestra, “quelli erano tutti i terreni di mio padre, e questa dove siamo ora era la casa in cui abitava il suo mezzadro con la moglie e il figlio Giorgio. 
 Lui aveva la mia stessa età, ma sembrava molto più grande di me, era alto e robusto, io ero piccolina e esile, 
così come mi vedete ora, non sono cresciuta tanto!”. 
A questo punto la nonna faceva una
pausa, come per raccogliere le idee, 
poi continuava dicendo:
“Io non avevo nessuno con cui giocare, i miei fratelli erano più grandi di me, e mentre io cercavo compagnia per giocare, loro cercavano la fidanzata!”
I bimbi l’ascoltavano con attenzione, solo la piccola che teneva in braccio si era addormentata. 
La nonna, che non si stancava mai di
raccontare, diceva: “ e allora sapete io c’osa facevo? 
Quando nessuno mi controllava scappavo di casa, e via di corsa tra i campi, per raggiungere il mio amichetto Giorgio. Era il figlio del contadino, quindi non mi era permesso frequentarlo, ma a me non importava
nulla, e correvo da lui appena potevo. 
Mi ricordo che passavamo tanto tempo insieme, 
lui era molto intelligente, ma non poteva andare a
scuola perché doveva lavorare. 
Accudiva gli animali del cortile, perché era ancora piccolo per seguire il padre nei campi. 
Spesso, quando andavo da lui, lo aiutavo, 
un po’ perché mi divertiva dar da
mangiare agli animali, un po’ perché prima finiva, prima potevamo andare a giocare. 
Quando il tempo era brutto e non si poteva stare fuori, io mi portavo i miei libri e mi mettevo a leggere. 
Giorgio era un ragazzino molto sveglio, voleva imparare a leggere, quella era l’ambizione più grande che aveva. 
Io gli imparai, giorno dopo giorno, a leggere e a scrivere, ma 
era sempre triste perché non gli era permesso 
frequentare la scuola. 
Chiesi alla mia maestra di parlare con i genitori
di Giorgio, per convincerli a mandarlo a scuola.
 Le dissi che il mio amico sapeva leggere e 
scrivere e che avrebbe frequentato volentieri la
scuola, invece di andare a lavorare.
 Un pomeriggio, mentre noi due bimbi ci trovavamo nella stalla a giocare con gli agnellini che erano
nati da poco tempo, sentimmo la voce della maestra che chiamava il papà di Giorgio. 
Il papà, appena rientrato dai campi, la fece entrare in
casa. Noi due, per sentire ciò che si sarebbero detti, ci mettemmo appena fuori la porta di casa ad origliare. Il papà di Giorgio era un omone grande, incuteva timore a tutti, ma a me no!
La maestra si presentò: 
“mi chiamo Rosanna, sono la maestra del paese, sono venuta sin qui perché ho bisogno di parlare con voi di una
cosa seria”. 
Il papà la invitò a sedersi e ascoltò con attenzione le sue
parole. 
 Premetto che la signorina Rosanna era molto 
stimata da tutti, perché era intelligente, cortese e soprattutto perché aveva il compito di educare i loro figli.
La signorina iniziò a dire:” so che avete un figlio, Giorgio che non ho mai visto a scuola, mi domandavo se avreste intenzione di mandarlo da me, ho saputo che è capace di leggere e scrivere, in poco tempo riuscirei a metterlo al pari con gli altri”.
Il papà le disse che quella notizia era falsa perchè non era vero che Giorgio sapeva leggere. 
A quel punto non potevo più tacere, uscii
fuori dal mio nascondiglio, e infuriata urlai: “ Invece è vero, Giorgio sa leggere, e non è giusto che non possa frequentare la scuola solo perché è figlio di un contadino”, 
a quel punto mi resi conto di aver parlato troppo e scappai. 
Il papà di Giorgio non si permise di sgridare la figlia del padrone!
Questa volta se mi avesse sgridata avrebbe avuto ragione, non si deve intervenire quando due adulti parlano.
A questo punto la maestra chiamò Giorgio, gli mise un libro tra le mani, e in presenza dei genitori gli disse:
 “leggi, leggi ciò che vuoi”.
Giorgio, tra lo stupore dei suoi, iniziò a leggere, prima sottovoce e
timoroso di sbagliare, poi piano piano aumentava il tono della voce, e leggeva sempre più speditamente,
 finchè la maestra lo interruppe,
chiuse il libro, e disse senza aspettar risposta, 
rivolgendosi a Giorgio:
“domani mattina ti voglio vedere a scuola, e non accetto scuse, mi raccomando non devi mancare, ti aspetto”, 
e uscì dalla stanza accennando un saluto.
Quella sera non si parlò più dell’argomento. 
L’indomani mattina il papà accompagnò Giorgio a scuola,
 i giorni seguenti ci si recava da
solo o in mia compagnia. 
Mio padre ogni mattina accompagnava me e
i miei fratelli a scuola con il calesse, e dato che 
passavamo davanti la casa del mezzadro, facevamo 
salire Giorgio con noi. 
Finalmente potevamo frequentarci, senza nasconderci, spesso facevamo i compiti insieme, e vi assicuro che era 
diventato, in poco tempo, più bravo di me. 
Ci divertivamo insieme, e ci capivamo senza tanti giri di parole, io aiutavo lui e lui aiutava me, 
ci coprivamo l’un l’altro quando
combinavamo qualcosa, per cui potevamo essere puniti. Stavamo crescendo e la nostra non era più solo una semplice amicizia, era qualcosa di più importante.
Me ne accorsi quando i miei famigliari iniziarono a controllarmi, non mi facevano più uscire da sola, era evidente che non condividevano la possibilità che 
io potessi innamorarmi di un ragazzo povero.
Era troppo tardi, non riuscivo a stare un giorno 
senza vederlo, senza parlare con
lui, e sono sicura che stava accadendo la stessa cosa a lui.
I miei genitori avevano un piano per me, ma non me ne avevano mai parlato.
Avevano deciso di farmi sposare con un nostro lontano parente, io non sapevo neppure l’esistenza di questa persona. Iniziai a rattristarmi, non
mangiavo più, ma questo non interessava a nessuno,
 l’unica cosa che pensavano era preparare i documenti per farmi sposare, e decidere per la mia dote.
La mia vita che era stata serena fino a quel momento, diventò una catastrofe, dovevo fare qualche cosa, 
non potevo permettere che i miei
famigliari avessero preso delle decisioni che 
spettavano solo a me.
Io ero decisa e convinta di sposare il mio unico amore, 
per me il matrimonio era ed è una cosa seria, 
deve essere guidato dall’amore e dalla comprensione.
In quei tempi però ci si sposava più per questioni economiche che per amore.
Decisi di reagire a quel sopruso, non avrei mai sposato quell’uomo che non amavo. Fino ad allora non avevo mai pensato a sposarmi, non così presto, io e Giorgio avevamo progettato una vita insieme, ma non eravamo ancora pronti. Avevamo grandi progetti, io dovevo finire gli studi di legge, e lui stava preparandosi per diventare medico. 
Ci sentivamo minacciati, così io e il nonno, una sera, ci incontrammo di nascosto, lo tranquillizzai sulla 
situazione e ci giurammo di rimanere
sempre insieme, a qualsiasi costo. 
Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma non avrei mai permesso a nessuno di mettersi tra noi.
Nonostante mio padre si fosse infuriato contro di me, 
io decisi che avrei sposato Giorgio. 
Avrei voluto sposarmi con una bella cerimonia,
in abito bianco, come sogna ogni ragazza,
ma questo non mi fu concesso, furono i miei genitori a negarmi una gioia così grande,
proprio loro che erano le persone che più al mondo avevo amato e stimato.
La decisione che avevo preso mi pesava anche economicamente, perché mio padre mi aveva negato 
la mia dote. 
Al momento del matrimonio avrei dovuto riceverla, 
consisteva in un terreno e in una somma di denaro. 
La mia famiglia aveva deciso che non avrei avuto
niente. Quella fu la mia punizione.
Mio padre sapeva che ero una ribelle, ma non pensava che ero pronta a
fare qualsiasi cosa per difendere i miei diritti. Era stato lui che mi
aveva sempre spronata a leggere. 
Io avevo letto libri che parlavano di leggi, di diritti, e mi tornarono alla mente alcune cose che avevo letto
sul diritto di successione e lo misi in pratica al momento opportuno.
Io e il nonno vivevamo qui, nella casa del mezzadro, insieme alla sua famiglia.
 Presto nacquero i nostri figli, che sono i vostri genitori, e
tutti insieme vivemmo felici e contenti per tutta la vita!”
Il racconto della nonna era terminato, ma il punto più importante della questione non era stato narrato ai piccoli nipoti perchè non avrebbero potuto capire. 
Quando i genitori di nonna Teta morirono si fece la divisione dei poderi e del denaro.
Si usava in quel tempo assegnare alla figlia femmina una parte inferiore rispetto a quella che spettava ai fratelli, 
ma Teresa era stata diseredata dal padre, quindi secondo i fratelli non avrebbe dovuto prendere niente.
Teresa si battè con tutta la forza per far valere i suoi diritti e ottenne non solo l’assegnazione del terreno che Giorgio e suo padre avevano lavorato per tanti anni e della casa in cui abitavano, ma anche una cospicua somma di denaro 
con cui comprò altri terreni e case.
Assicurò un terreno e una casa a ognuno dei suoi sei figli, 
in parti uguali tra maschi e femmine, senza fare discriminazioni.
Nonna Teta fu una donna forte e intelligente, 
fu molto amata non solo
da suo marito, ma anche dai suoi figli perché
fu una donna giusta.
Ebbe una lunga vita serena e tutti i suoi figli vissero a lungo accanto alle loro famiglie.