NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA

NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA
C'ERA UNA VOLTA

mercoledì 25 febbraio 2015

OCCHI DI BAMBINA

OCCHI DI BAMBINA


Era una piccina di tre anni, e a quell’età non si ha la cognizione del pericolo, ne si può capire l’evolvere degli avvenimenti.  Per questo motivo, Angela, la bimba di cui parlo, diventata adulta pensando al periodo della guerra, rifletteva sui suoi ricordi.Ora si rendeva conto dei pericoli che aveva dovuto affrontare la sua famiglia, e capiva che era stata fortunata perché non aveva perso nessuno dei suoi affetti più cari.Nei racconti del padre e dei fratelli maggiori ricorreva il ricordo della paura e della morte.La guerra aveva portato morte e distruzione, moltissime erano le famiglie che avevano perso una persona cara.Gli spari e le cannonate non erano la sola causa di morte, si moriva anche di fame, di stenti e di malattie.Tutti sanno cos’è la guerra, chi non l’ha vissuta direttamente ne ha avuto la testimonianza dai genitori o dai nonni. Nessuno però aveva mai ascoltato la testimonianza di una bimba innocente, che aveva vissuto il periodo della guerra inconsapevole dei pericoli e della devastazione che aveva causato.Quello che gli occhi innocenti di una bimba avevano visto ora poteva serenamente essere raccontato a tutti. Quei ricordi ormai lontani le ritornavano alla mente come dei flash. La famiglia di Angela viveva in campagna, vicino a Spello. A casa sua nessuno aveva mai sofferto la fame, infatti avevano alcuni animali da cortile, nella dispensa c’era sempre qualcosa da mangiare.La maggior parte della gente in quel periodo aveva sofferto la fame, lei no, la sua famiglia riusciva anche ad aiutare gli altri.Sua madre Maria ogni giorno si recava presso il Convento delle suore, portava con se qualche cosa da cucinare per gli orfani che le suore avevano raccolto. Le religiose offrivano a lei, in cambio, tutto ciò di cui la sua famiglia poteva aver bisogno. Generi alimentari come lo zucchero, che era diventato difficile da trovare,tessuti con cui la mamma cuciva gli abiti per i suoi bambini.

Quando sua figlia Angela, donna ormai, ricordava la mamma al ritorno a casa era sempre felice di rovistare nella sacca che riportava, perché ci trovava tante cose.Raccontava:” Un giorno nella sacca trovai una bambola, la mamma l’aveva portata per me, ero felicissima perché non ne avevo mai avuta una. A pensarci bene non era bella, anzi era proprio brutta, ma a me piaceva tanto.La portavo a letto con me, non facevo più niente senza di lei, era diventata la mia amica.Un giorno, quello che ricordo come un brutto giorno, gli abiti della mia bambola di pezza si bagnarono di rosso, io, preoccupata, andai di corsa a farla vedere a mia madre.I miei fratelli mi correvano dietro dicendo:“ la bambola è morta, la bambola è morta!”Io misi la bambola nelle mani di mia madre e piangendo le dissi: “ è morta”.Quello fu l’unico ricordo di morte che affiora alla mia mente. Per fortuna la bambola si poteva aggiustare. La testa era stata confezionata con una arancia, e con il tempo si era spaccata, lasciandone uscire il succo rosso!La suora mi confezionò un’altra bambola, senza arancia questa volta, e quel giocattolo mi accompagnò in tutti i miei giochi. Era sempre con me, anche quando al suono delle sirene, mio padre mi prendeva tra le sue forti braccia, e via di corsa giù per la campagna. Quello era uno dei ricordi più belli che ho, aspettavo l’arrivo degli aerei guardavo in cielo mentre buttavano giù le bombe, quelle che io credevo fossero caramelle.Speravo che ne cadesse qualcuna accanto a noi, ma niente, non succedeva mai, per fortuna dico oggi, ma allora questo fatto di dover tornare a casa a bocca asciutta non mi andava giù. Pensavo “ presto torneranno”, e così purtroppo accadeva, ma niente caramelle!Quel giorno fu l'ultima volta in cui vidi il mio amichetto, vicino di casa, con qui giocavo. Chiesi a papà:"Perchè Paolino ancora non torna a casa?" e mio padrerispose: "Ora lui è contento! lui le ha prese le caramelle!"Nel sentire quelle parole mi rallegrai, pensavo che il mio amico mi avrebbe portato le caramelle...Aspettai ansiosa per giorni, ma non lo vidi piùIl dispiacere di non poter più godere della sua compagnia,fu più forte della delusione di non aver potuto mangiare quella caramella, che desideravo tanto. Spesso venivano dei soldati a casa nostra, non si capiva quando parlavano, però mangiavano e bevevano, quando andavano via non rimaneva niente da mangiare per noi.Una volta, mi ricordo che papà aveva fatto le salsicce con il maiale allevato a casa; mio padre aveva fatto una buca nell’orto e ci aveva messo le salsicce e un po’ di carne.Quello era il posto in cui mio padre metteva le provviste, per non farsele portare via dai tedeschi. Una volta però, papà non fece in tempo a nascondere le provviste, così i soldati se ne andarono da casa nostra con al collo le collane di salsicce.La mia ingenuità di bambina mi portava spesso a fare cose sciocche, che mettevano in pericolo la vita dei miei cari.In una delle solite visite che ricevevamo da parte dei tedeschi,io misi in pericolo la vita dei miei fratelli. Loro erano poco più che bambini, ma la loro corporatura poteva far pensare che fossero molto più grandi.Potevano essere scambiati per disertori, per questo ogni volta si dovevano nascondere.Una volta papà li fece mettere nel forno a legna, i soldati che stavano cercando un nostro vicino,rovistarono anche tutta casa nostra. Quando i militari furono davanti al forno io dissi: “fuochino”. Spesso giocavo a nascondere degli oggetti con i miei fratelli, e quando si era vicini al nascondiglio si diceva fuochino. Fu per questo che quando il militare si avvicinò al forno, io pronunciai quella parola, insegnando con il dito il forno. Preso un fiammifero dalla tasca, il soldato appiccò il fuoco alla paglia, che era stata messa per nascondere i miei fratelli.Improvvisamente si misero a suonare le sirene dell’allarme, i militari scapparono di corsa,  miei genitori spensero il fuoco e tirarono fuori dal forno i miei fratelli. Quella fu l’unica volta in cui al suono dell’allarme non scappammo
nei campi.”