NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA

NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA
C'ERA UNA VOLTA

martedì 10 marzo 2015

GIOVANNI BELFORTE


In un piccolo paese di montagna, nella zona chiamata Valnerina,
viveva un ciabattino di nome Giovanni.
In quel tempo, circa duecento anni fa, il ciabattino non si limitava ad
aggiustare le scarpe, ma le faceva con il cuoio, il feltro e le cuciva a
mano.
Giovanni era molto bravo nel suo mestiere, ma a causa della sua minuta
corporatura, tutti lo schernivano dicendogli frasi che a lui dispiacevano
tanto:
“se si alza il vento ti porta via come un fuscello…”
“sei così magro che non riesco a vederti “
“mangia, mangia che altrimenti uno di questi giorni cadi in terra dalla
fiacca!”
Ogni giorno gliene dicevano una diversa, tutti nel paesello si prendevano
la libertà di sfotterlo, lui non si arrabbiava mai, l’unica cosa che sapeva
rispondere era: “ridete, ridete, finchè potete!”
Nessuno sapeva a cosa alludesse, e senza curarsene continuavano a
punzecchiarlo, anche i bimbi lo deridevano. Nessuno pensava ai suoi
sentimenti, del resto rimaneva impassibile e giorno dopo giorno
continuava a lavorare tranquillo.
Una mattina, mentre stava rimettendo i tacchi ad un paio di scarpe, si
fermò sulla soglia del suo laboratorio Maria, la moglie del pastore, con in
mano una ricottin e gli disse:
“hai fame Giovanni? La vuoi questa ricottina? Te l’ho preparata per te,
non mangi mai!”
L’ometto, che da quando era rimasto solo mangiava di rado, ringraziò
Maria per la sua cortesia.
Prese la ricottina e l’appoggiò su di un banchetto vicino a lui, con il
proposito di mangiarla più tardi, perché aveva un piccolo lavoro da
terminare.
Quando ebbe finito si ricordò della ricotta, a quel punto doveva essere
ora di pranzo e l’avrebbe mangiata volentieri, non che avesse fame, ma
gli era venuta voglia di assaggiarla.
Voltò lo sguardo per prenderla e quando fu per afferrarla si accorse che
era ricoperta di mosche, prese un pezzo di cuoio, di quello che usava per
fare le suole delle scarpe e con un colpo secco ci spiattello ricotta e
mosche. Minuziosamente si mise a contare le mosche una a una, erano
300.
Gli venne un’idea, prese due pezzi di cuoio belli grandi, li unì con degli
spaghi e ci scrisse:
”Giovanni Bel Forte con un colpo solo ne manda trecento alla morte”.
Prese i due cartelli e se li mise uno davanti e una dietro, se ne andò così
in giro per tutto il paese per farsi vedere.
La gente incuriosita lo guardava, qualcuno leggeva, non tutti infatti nel
paese sapevano leggere e scrivere,
ma nessuno si azzardava a ridere di lui.
Era proprio buffo conciato in quel modo, ci si chiedeva chi potessero
essere quei 300.
Giovanni non svelò a nessuno il suo segreto.
Il paese era piccolo, abbarbicato in cima ad un monte, visto che l’aveva
girato tutto in lungo e in largo, incominciò a scendere giù per la strada
che conduceva a Triponzo, un paese vicino conosciuto per un presenza
inquietante. Si trattava di un Orco che viveva rintanato in un palazzo, nel
punto più alto del paese.
Girava la voce che si nutriva di bimbi, ma nessuno ne aveva mai notato
la scomparsa.
Rimaneva comunque la convinzione di tutti che fosse un Orco cattivo.
Quando la gente di quel paese lo vide, leggendo il cartello, si convinse di
aver trovato la persona adatta alla situazione, forse avrebbe potuto
risolvere il loro problema. Giovanni fu convocato nella piazza del paese
dalla gente che gli chiese di uccidere l’Orco. Senza pensarci due volte
Giovanni accettò di affrontare l’Orco, ma rispose:” Io lo sfiderò, non
l’ucciderò, ho già ucciso troppe volte” disse riferendosi alle mosche sulla
sua ricotta.
“Oh!... povero me, in che guaio mi sono cacciato, ora quell’Orco
mangerà anche me!” esclamò e rassegnato a quel triste pensiero, si
consolò tra se:” ah! Ma sono così magro che le mie ossa gli rimarranno
tra i denti” e abbozzando un sorriso per farsi coraggio si diresse verso il
vecchio palazzo in cima al paese.
Timoroso si avvicinò al muro di recinzione che circondava il palazzo, si
tolse il cartello, provò a aprire il cancello, si accorse che era solo
accostato.
Un gruppo di ragazzini che lo aveva seguito, lo incitava ad entrare, ma
quando Giovanni aprì il cancello scapparono spaventati.
“Adesso che cosa farò?” pensò Giovanni, “povero me in che guaio mi
sono cacciato!” e sospirando incominciò a percorrere il vialetto che
conduceva alla porta principale del palazzo.
Si guardava intorno, era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato.
C’erano alberi altissimi e fitti, tanto che non si vedeva più neppure il
cielo; i cespugli delle rose erano intrecciati con i rami dei rovi che
soffocavano ogni altro cespuglio.
Sembrava di essere in una foresta!
Arrivato davanti all’uscio di casa si accorse che anche quello era aperto.
Entrò all’interno, timoroso ma curioso, ogni cosa gli sembrava enorme,
pensava tra se:
“in fondo è normale che tutto sia così grande!
È la casa di un Orco! Ma dov’è?”, e giravando nella stanza, iniziò a
chiamare:
”Orco, Orco.. Signor Orco.. perché non mi rispondi?
Hai forse pura?”
All’improvviso sentì dei passi pesanti ed una voce cupa che diceva:
” chi ha osato entrare in casa mia? Chi mi ha svegliato?”,
entrando nella stanza in cui c’era Giovanni, lo guardò e chiese:” ma tu
chi sei? Chi ti ha mandato qui?”.
Il poveretto spaventatissimo rispose:
“sono venuto per sfidarti”,
e l’Orco incuriosito chiese:
“a sfidarmi? E in cosa vuoi sfidarmi tu?”, rispose l’Orco con una grande
risata.
Giovanni improvvisò e disse:” voglio vedere chi di noi due è più bravo a
costruire una casa sull’albero”.
L’Orco accettò la sfida.
Mentre Giovanni tagliava e appuntiva dei legni per costruire la casa,
l’Orco iniziò a tagliare gli alberi che Giovanni gli aveva segnato, glieli
fece pulire e tagliare in piccole tavole, mentre lui, furbo, le usava per
costruire la casa sull’albero. i suoi tronchi di legno però erano troppo
grandi per costruire la casa sull’albero.
Quando la casina fu finita Giovanni chiamò l’Orco e gli disse:” vieni a
vedere, la casa è pronta”.
L’Orco si avvicinò all’albero e vedendo la casina disse:
“ma è troppo piccola” e Giovanni replicò affacciandosi dalla finestrella:
“ troppo piccola per te”.
Il gigante pensava di costruire una casa per lui, ma neppure l’albero più
grande avrebbe potuto sopportare il suo peso.
Lui non aveva il senso della misura così perse la prova.
Giovanni gli diede un'altra possibilità.
Gli disse:” visto che le tue scarpe sono tutte rotte, io te le aggiusterò,
però tu nel frattempo devi aggiustare il tetto e le finestre della casa che
stanno cadendo a pezzi”.L’Orco, contento si tolse le scarpe e iniziò a
lavorare. Iniziò dal tetto, poi le finestre, erano tante, gli ci volle tanto
tempo.
Intanto Giovanni, che aveva finito il suo lavoro, si era addormentato
sotto ad un albero.
Il gigante, credendo di aver finito prima del suo amico,
incominciò a girare per il giardino, chiamando:
“Giovanni, Giovanni! Ho finito, ma dove sei?”
Il piccolo uomo si svegliò, fece un grosso sbadiglio, e mentre l’Orco
arrivava si alzò in piedi e prese in mano le scarpe che gli aveva
aggiustato. L’Orco vedendole fu molto felice, perché sembravano nuove.
“Adesso devi venire con me” gli disse il calzolaio. “Dove mi porti?”
chiese l’altro.
“ Mettiti le scarpe e vieni con me, te lo faccio vedere io dove ti porto,
zitto e cammina”, così dicendo Giovanni fece cenno all’Orco di
abbassarsi e gli salì sulla schiena, e via, lo fece dirigere fuori le mura del
cortile.
Girarono tutto il paese e tutti acclamarono Giovanni al loro passaggio.
Il piccolo uomo, abbarbicato sulla schiena di quel gigante era felice e
trionfante, ora davvero si sentiva d’essere forte.
Effettivamente tutti lo credevano veramente forte.
Da quel giorno, in suo, onore il paese in cui viveva fu

chiamato Belforte.