NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA

NONNA RACCONTAMI UNA FAVOLA
C'ERA UNA VOLTA

lunedì 2 marzo 2015

LE TRE ARANCE

Il giovane Principe nel suo Regno non aveva ancora incontrato la ragazza
giusta per lui, che avrebbe assicurato una discendenza.
Il Re, suo padre, un giorno gli disse: “ sono vecchio e stanco, non posso
più aspettare, ti devi decidere a sposarti e a darmi dei nipoti, e soprattutto
a regnare al posto mio.” Il Principe, che non aveva la minima intenzione
di sposarsi e di mettere su famiglia, gli rispose: “Padre mio presto ti farò
felice, troverò la ragazza che fa per me e che mi darà dei figli”.
Dopo aver detto ciò il Principe prese il suo cavallo bianco, e con un tozzo di
pane e poche monete, si allontanò dal Regno al galoppo e veloce come il
vento, scomparse dallo sguardo dei suoi sudditi e da quello del padre,
che si rattristava pensando che forse non l’avrebbe più rivisto.
 Il Principe si fermò in diverse città del Regno, ma nessuna ragazza gli
piaceva. Nei pressi di un villaggio il Principe s’imbattè in una vecchina
che gli chiese: “dove stai andando bel giovane, perché sei cosi’ triste?”
Con la cortesia e la gentilezza che lo caratterizzava da sempre il giovane
rispose:”Mio padre, il Re, oramai vecchio, ha deciso che mi devo sposare
e succedergli al trono, ma io ho girato tutto il Regno e non riesco a
trovare una ragazza che mi piace.” La vecchietta curiosa gli chiese:
“come deve essere questa ragazza per piacerti?”
“La voglio bianca come le neve e rossa come il sangue” le rispose. La
vecchietta, senza fare commenti, tirò fuori da una tasca del grembiule tre
arance, belle e sugose, gliele regalò dicendogli che avrebbe dovuto
aprirle solo vicino ad una fontana. Il giovane ringraziò la vecchina e se
andò al galoppo verso un'altra meta.
Faceva tanto caldo, il Principe aveva una gran sete e pensò di aprire una
arancia, il suo succo l’avrebbe sicuramente dissetato, e, senza pensarci
due volte, tirò fuori dalla tasca un coltellino e spaccò in due la prima
presto. Venne sera e il Principe non era ancora tornato, cosi’, sola e spaventata
dal buio della notte, la poverina si arrampicò su un albero vicino alla fonte, e si addormentò. Alle prime luci dell’alba una vecchietta si recò alla fonte per prendere
l’acqua, portava con se due brocche, una grande e una più piccola.
Mentre si affacciava sul bordo della vasca per riempire la prima brocca, vide, riflessa nell’acqua, l’immagine della fanciulla che si trovava
sull’albero, e credendo che fosse la sua disse:” a mo che so cosi’ bella
rompo la brocca con la broccatella” e cosi’ dicendo ruppe le brocche
contro il muro della fontana.
Dèsirèe non potè fare a meno di ridere, e quando la vecchia la vide capi’
che quella non era la sua immagine ma quella della ragazza e le disse:”
era la tua l’immagine nell’acqua e adesso chi me le ripaga le brocche?” e
lei rispose ingenuamente che gliele avrebbe ripagate il suo futuro sposo.
Incuriosita la vecchia iniziò a farle mille domande.
La fanciulla le raccontò tutto, le disse che stava aspettando il Principe e
che una volta giunta al palazzo reale avrebbe sposato il figlio del Re e
sarebbe diventata Principessa. Sentendo ciò la vecchia, invidiosa sia per
la bellezza che per la fortuna, pensò di porle un inganno.
“Scendi” le disse, “sei spettinata, non puoi farti vedere cosi’ dal Principe,
scendi che ti pettino io”.
La dolce Dèsirèe scese dall’albero per farsi pettinare, ma la vecchia
cattiva si tolse una forcina dai capelli e la ficcò in testa alla fanciulla che
volò in cielo trasformata in una colomba bianca. Soddisfatta la vecchia si
arrampicò sull’albero per aspettare” il suo sposo”.
Poco più tardi si udi’ il rumore degli zoccoli dei cavalli che si
avvicinavano, era il Principe che era tornato con la carrozza per portare a
casa la sua sposa.
Giunto nei pressi della fontana il Principe, non vedendo Dèsirèe, chiese
alla vecchietta, che nel frattempo era scesa dall’albero, se aveva visto una
fanciulla.
La vecchia, cattiva e bugiarda, gli rispose: “Ma sono io la tua fanciulla, è
il freddo della notte che mi ha trasformata cosi’, appena sarò arrivata al
Castello tornerò ad essere bella e giovane come prima”.
Il Principe, un po troppo ingenuo, pensò che forse poteva essere vero, in
fondo Dèsirèe gli era apparsa per magia.
I servitori, che avevano accompagnato il Principe, presero un panno e lo
misero sulla testa della vecchia, affinché nessuno l’avesse vista. Al
palazzo tutti aspettavano con ansia di vedere la fanciulla cosi’ bella di
cui avevano sentito parlare, ma quando la carrozza arrivò, circondata da
un gran folla di gente esultante e curiosa, non fu possibile vedere la
giovane, poiché il principe ordinò che tutti l’avrebbero potuta vedere il
giorno delle nozze.
I preparativi per quel giorno tanto atteso, soprattutto dal Re, erano
iniziati gia da qualche giorno.
Erano stati invitati tutti i signori dei borghi vicini.
La futura sposa intanto era tenuta reclusa in una stanza, lontana dagli
occhi della gente e soprattutto da quelli del Re, che chiedeva
continuamente di conoscere la futura sposa di suo figlio. Il Principe
ansioso ogni giorno andava a vedere se la vecchia si era ringiovanita, ma
purtroppo il tempo passava, i preparativi erano quasi terminati, ma niente
di nuovo. La mattina del terzo giorno una colomba bianca si posò sulla
finestra della cucina, dove i cuochi erano intenti a preparare il pranzo per
le nozze, e con lo stupore dei presenti iniziò a parlare, dicendo:
“o cuoco, o cuoco che il lesso e l’arrosto si possa bruciare affinché la
sposa non possa mangiare, io me ne parto e me ne vado via, salutatemi
tanto lo sposo mio”.
Dette queste parole volò via, ma di li a poco tornò ancora e ripetè lo
stesso ritornello. Il cuoco mandò a chiamare il Principe per fargli
ascoltare quello che diceva la colomba.
Il Principe si nascose dietro la finestra e quando la colomba tornò lui era
li ad ascoltare ciò che lei diceva. L’ascoltò con attenzione, e con
tenerezza allungò la mano per afferrarla. La colomba non fece nulla per
evitare d’essere afferrata dal suo bel cavaliere, e mentre, intenerito da
quella creatura indifesa, il Principe l’accarezzava si accorse che aveva
qualcosa conficcato in testa, forse era una spina, gliela tolse e come
d’incanto riapparve la sua magnifica Dèsirèe.
Il giovane volle sapere tutto ciò che era accaduto, e dopo aver ascoltato
con attenzione, decise di recarsi nella stanza della vecchia malvagia, che
era stata la causa di tanti disagi, per punirla.
Dèsirèe lo segui’ supplicandolo di perdonare quella povera vecchia, e
mentre lo implorava affannosamente, lo segui’ lungo tutti i corridoi del
castello, fino a giungere nell’ala opposta, luogo in cui era segregata la
brutta vecchiaccia.
Quando la megera vide la fanciulla quasi svenne dalla sorpresa,
spaventata per la paura d’essere punita, iniziò a blaterare parole
sconnesse, bugie senza senso. Il Principe si infuriò ancora di più e decise
di punirla con la morte.
Desi, la dolce Desi non poteva permettere che una storia d’amore potesse
essere legata ad una morte, e per quanto avesse sofferto per quella brutta
avventura, non serbava nel suo cuore un sentimento cosi’ duro come può
essere l’odio e il rancore.
Nel suo cuore c’era posto solo per l’amore e
per il perdono, lei non conosceva la rabbia e la vendetta, e proprio per
questo motivo supplicò il Re d’intercedere a favore della povera “vecchina”, cosi’ la chiamava.
La sua dolcezza e la sua bontà d’animo toccò il cuore, non solo del Re,
ma anche quello di tutti i sudditi e di tutti gli ospiti che affollavano ogni
stanza del castello, ogni angolo del Borgo, giunti la, non per assistere ad
una esecuzione, ma per partecipare ad un banchetto di nozze.
La decisione del Re di perdonare quella spregevole creatura giunse
gradita a tutti, perché quello doveva essere un giorno gioioso, e cosi’ fu.
Finalmente le cortigiane potevano aiutare lady Dèsirèe a prepararsi per la
cerimonia. Nelle sue stanze era stato portato l’abito che avrebbe
indossato nel giorno più bello della sua vita, era quello che a suo tempo
era stato indossato dalla Regina madre, un abito prezioso, confezionato
con seta proveniente dal lontano Oriente, intarsiato di pietre e fili d’oro,
bianco, vaporoso e leggero come una nuvola.
Una sposa così non s’era mai vista, un po’ per l’abito, un po’ per il rosso
dei suoi capelli.
Il valore di quell’abito così bello non era solo quello dei tessuti e delle
pietre con cui era stato confezionato, ma era qualcosa di più importante.
L’abito era stato portato per Marianna dalla Persia, il suo luogo natale, e
cucito per lei da mani fatate per coronare il giorno più bello della sua
vita, il giorno delle nozze con quel Re così buono, che lei aveva amato
tanto.
Tutti l’avevano ammirata nel suo candido splendore, ed era rimasto il suo
ricordo nel cuore e nella mente della gente per la pace e la serenità che
aveva portato tra la gente del borgo.
Nel vedere la giovane sposa tutti rimasero attoniti, commossi da tanta
bellezza, era il giorno che tutti aspettavano da tanto tempo, e ritornò
nelle loro menti il ricordo della loro amata Regina e del suo sacrificio.
Iniziarono i festeggiamenti, mentre la vecchia piangeva dalla rabbia,
derisa da tutti.
Furono tre giorni di festeggiamenti in cui accadde di tutto.
Arrivò una delegazione dagli Emirati Arabi che portò in dono ai reali una
magnifica coppia di cavalli purosangue, chiamati Sirio e Furente.
Molti furono i doni ricevuti, ma fra tutti quello fu il più gradito. Mentre
la coppia di sposi percorreva a piedi, tra due ali di folla in festa, il tragitto
che conduceva alla Cattedrale, il Principe riconobbe tra la gente che li
acclamava la vecchina che gli aveva regalato le tre arance e le due belle
ragazze che si era lasciato sfuggire. Anche Dèsirèe si era accorta della
loro presenza e le salutò con un sorriso e con un gesto della mano le
invitò a seguirla nel corteo nuziale.
Quella vecchina era sua madre, la fata Yvonne, e le due ragazze erano le
sue sorelle maggiori, Michelle e Letizia.
Venivano dalla lontana Francia, da l’Ile de la Citè, una piccola isola sulla
Senna…, al centro di Parigi.
La vecchia megera, che aveva tramato l’inganno ai danni di Dèsirèe, si
era recata nel punto più alto del campanile, piangendo di rabbia invocava
le forze del male di scendere in quel villaggio in cui regnava la pace e
l’armonia da tanti anni. Pianse e urlò cosi’ forte che la udirono tutti.
Si scatenò un inferno, le sue lacrime si trasformarono in chicchi di
grandine che in poco tempo coprirono l’intero borgo.
Fece tanto freddo, cosi’ freddo che sembrò d’essere in pieno inverno, un
inverno che da quelle parti non s’era mai visto.
Era un fuggi fuggi generale, ovunque c’era caos e confusione, tutti erano
infreddoliti e spaventati, e ancor prima di rendersene conto, la gente
incominciava a perdere i sensi per il freddo, e di li a poco ogni essere
vivente si trasformò in una statua di ghiaccio, anche la natura circostante
assunse un aspetto statico. Tutto il borgo rimase inanimato in quella
morsa di ghiaccio.